Alzarsi, rispettare l’avversario. Questa, in sintesi estrema, è la filosofia del judo. Uno sport che non è soltanto uno sport ma un modo di affrontare la vita: molti italiani se ne ricordano solo quando ottiene medaglie alle Olimpiadi (ultima l’oro di Alice Bellandi a Parigi 2024) ma che viene praticato da centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo.
«Non tutti lo sanno, ma il judo è uno sport ideale per i bambini, anche di 4 o 5 anni. Si impara a colpire senza far male, si impara la disciplina, non ci sono discriminazioni tra alti e bassi, o grassi e magri. Soprattutto si impara a cadere, cosa utilissima se poi si praticano lo sci, l’equitazione o lo skateboard», spiega Francesco Bruyère, docente di Scienze Motorie all’Università di Torino, allenatore delle nazionali italiane femminile e maschile.
Il judo come lo si pratica oggi nasce un secolo e mezzo fa in Giappone. Il merito è di Jigoro Kano, un educatore che voleva trasformare le arti marziali tradizionali in una disciplina capace di educare sia il corpo sia lo spirito. Eliminò dal nuovo sport le tecniche pericolose, le diede un nome che significa “via della cedevolezza” o “via della flessibilità”.
Per vincere, insegna Kano, non ci si deve opporre alla forza dell’avversario ma usarla a proprio vantaggio. Per farlo servono tecnica, controllo, equilibrio e rispetto. Per questo motivo il judo, che è entrato nel programma delle Olimpiadi a Tokyo nel 1964 ed è gestito in Italia dalla Fjlkam (Federazione Judo, Lotta, Karate e Arti marziali) è anche un metodo educativo, e una filosofia di vita. «Il judo è uno degli sport più completi che esistano. Ha una parte muscolare importante, ma soprattutto insegna a muoversi nello spazio. Man mano che si progredisce, si imparano movimenti preacrobatici e acrobatici. Noi tecnici lo definiamo uno sport intermittente ma ad alta intensità», spiega il professore-allenatore Bruyère. Per praticarlo in maniera corretta occorre imparare un vocabolario di base.
Chi pratica questo sport è un judoka, il materassino sul quale ci si sfida è un tatami. La divisa bianca degli atleti si chiama gi, è composta dalla giacca, dai pantaloni e dalla cintura (obi) che indica il livello di abilità. La palestra, il dojo, è un luogo dove si trasmettono valori e tradizioni. Prima di salire sul tatami, si saluta l’avversario con un inchino. Dal punto di vista fisico, il judo fa bruciare calorie ed è quindi uno sport ideale anche per chi vuole perdere peso e mantenere la linea. Migliora la circolazione del sangue e causa un aumento della massa muscolare. Ha degli importanti benefici a livello respiratorio, perché insegna a concentrarsi nel ritmo dell’inspirazione e dell’espirazione. Ottimizza la ventilazione e quindi allevia l’asma. Soprattutto, il judo migliora l’agilità, l’equilibrio, l’elasticità dei muscoli e la flessibilità delle articolazioni. Dato che l’obiettivo del judoka è di restare in piedi cercando di far cadere a terra l’avversario, è importante imparare a essere più agili possibile, e a mantenere l’equilibrio anche se si compiono dei movimenti molto rapidi. Alla domanda su quali siano i problemi fisici tipici del judoka, Francesco Bruyère risponde parlando degli atleti di punta.
«Anni di pratica agonistica ad alto livello creano inevitabilmente qualche acciacco, soprattutto alle ginocchia e alle spalle, che sono più esposte in caso di caduta. Anni di prese al gi, la divisa dell’avversario, possono rendere le dita nodose» spiega. «Certo, qualche caduta maldestra capita a tutti, ma tra i dilettanti gli incidenti sono estremamente rari», continua l’allenatore delle nazionali azzurre. Chi ha iniziato da piccolo può praticare il judo tutta la vita, ma è possibile accostarsi a questo sport anche da adolescenti, da adulti o da anziani. «Man mano che si cresce, però, imparare a cadere diventa più difficile», sorride ancora Bruyère. Negli ultimi anni, ad accostarsi al judo, sono state due categorie molto diverse tra loro. La prima è quella delle ragazze e dei ragazzi con problemi come l’autismo o la sindrome di Down, ma anche non vedenti o amputati. «Partecipano a gare da anni, con ottimi risultati», racconta Francesco Bruyère. «Di solito hanno competizioni separate, ma sono appena tornato da un meeting, a Losanna, dove i ragazzi gareggiavano tutti insieme. È stata una grande lezione». L’altra categoria che può avere bisogno del judo, e non per divertimento, è quella delle donne che temono di essere aggredite. Le Scuole di difesa personale si moltiplicano in tutta Italia. Un consiglio per sceglierne una? Scuola e istruttori devono essere certificati dalla Fjlkam.
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